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Apr 03


La GAM di Torino prosegue la ricognizione sul proprio patrimonio dedicando un capitolo alla scultura italiana tra il 1940 e il 1980 con una mostra che presenta 50 opere realizzate da 40 artisti attivi nell’arco di questo periodo: quarant’anni contrassegnati da formidabili cambiamenti e da forti scosse stilistiche sia dal punto di vista dei soggetti sia delle tecniche, e che assegnarono un nuovo ruolo alla scultura.

La ricca collezione della GAM, oltre che dalle opere di scultura acquisite nel tempo dal museo, ha potuto contare negli anni sul determinante ruolo della Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris e della Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT che hanno contribuito, con importanti acquisizioni, ad accrescere la raccolta.

Il percorso in mostra prende avvio dal confronto sorprendente tra le figure femminili del Ritratto di Eva di Edoardo Rubino, scultore dei Savoia e Senatore del Regno, e l’implosivo espressionismo de La pazza di Sandro Cherchi, per poi proseguire rievocando le tante declinazioni della scultura informale italiana. Questa prima parte attesta come, intorno al 1945 e negli anni a seguire, salvo poche eccezioni, la scultura cominci ad affrontare una serie di svolte di grande portata: tenta di uscire da una dimensione o da un pensiero di impostazione monumentale, o ornamentale, o di ritrattistica sia celebrativa sia privata, per avvicinarsi a nuovi soggetti e tecniche sperimentali. Per illustrare il nuovo corso della scultura di questo periodo, oltre a Cherchi e Giuseppe Tarantino trovano spazio le terrecotte di Leoncillo, i bronzi dinamici di Umberto Mastroianni e di Pietro Consagra, i ferri di Franco Garelli, di Nino Franchina, gli assemblaggi di Ettore Colla. Al contempo, campeggiano in mostra il drammatico gruppo ligneo de Miracolo (Olocausto) di Marino Marini e il grande Concetto spaziale in metallo di Lucio Fontana, cui fanno da contraltare le Donnine in ceramica di Fausto Melotti.

Gli anni sessanta sono rappresentati tra gli altri da lavori di Giuseppe UnciniNicola CarrinoPietro GallinaMario Ceroli, con opere che sperimentano materiali eterogenei.

Con il suo tappeto natura La Zuccaia del 1966, Piero Gilardi – da poco scomparso e a cui la GAM vuole rendere un affettuoso omaggio – approda a una inedita scultura morbida, in poliuretano espanso colorato, con cui affronta il tema natura/artificio e allo stesso tempo denuncia la mercificazione dell’ambiente. Con ovvie ragioni il binomio arte/natura è più che affrontato dai protagonisti dell’Arte Povera: da Lavorare sugli alberi, Alpi Marittime di Giuseppe Penone, a Senza titolo di Giovanni Anselmo, fino ai processi chimico-fisici proposti da Gilberto Zorio.

Il percorso si conclude con le ultime esperienze degli anni settanta – inizio anni ottanta. Michelangelo Pistoletto lasciava la stagione degli Oggetti in meno a favore di opere specchianti, assorbendo lo spazio circostante come in Raggiera di specchi del 1973 – 1976 e Nanda Vigo, con l’intento di indagare un nuovo esito percettivo, proponeva nel 1976 Exoteric Gate, in vetro ferro e neon: una riconnotazione dello spazio, alterato da un’installazione geometrica e luminosa. La riappropriazione della scultura, dopo la stagione concettuale e poverista (ma facendone tesoro) sarà riattivata con la terracotta da Giuseppe Spagnulo e Nanni Valentini, con il gesso da Paolo Icaro, secondo diversi paradigmi, per giungere al trionfo monumentale della ricerca plastica de La Campana di Luigi Mainolfi.

Mar 23


Dal 23 marzo 2023, nella Manica Nuova del Palazzo Reale, i Musei Reali di Torino accolgono l’installazione Nuvola Rossa (1975) di Leonardo Mosso (1926-2020), preziosa donazione degli eredi dell’architetto, artista, fotografo, ricercatore, semiologo, professore torinese. Un omaggio all’alto valore della complessa identità dell’autore e un’occasione per avvicinare e conoscere la poetica di uno dei protagonisti della Torino del Novecento.

Leonardo Mosso, uomo di cultura e attivista per la conservazione del patrimonio architettonico del XX secolo, tra i promotori con Maria Adriana Prolo dell’Associazione Museo Nazionale del Cinema di Torino nel 1953 e fondatore nel 1979 dell’Istituto Alvar Aalto, poi Museo dell’Architettura Arti Applicate e Design, è stato un protagonista assoluto dell’applicazione dell’ingegno trasversale alle arti.

Nuvola Rossaè una struttura costituita da listelli in legno di tiglio con sezione di 3 millimetri, lunghi 35 cm, dipinti di rosso e uniti da giunti elastici in neoprene. Ideata per il Museo del Risorgimento di Torino, fu realizzata in parti piane nei primi mesi del 1975 alla Ca’ Bianca, l’atelier dell’artista a villa Nuytz Antonielli di Pino Torinese, e successivamente trasportata a Palazzo Carignano dove si realizzò l’unione dei pezzi e il completamento spaziale. L’opera, inserita nel Salone del Parlamento italiano, aveva uno sviluppo complessivo di circa 400 metri quadrati e la realizzazione fu organizzata e coordinata dall’arch. Gianfranco Cavaglià, con la collaborazione di un gruppo di studenti vicini al professor Mosso e, dagli appunti d’archivio, risulta che per il montaggio furono necessarie oltre 1.500 ore.

La nascita di Nuvola Rossa avviene in occasione del trentesimo Anniversario della Liberazione, quando il Museo Nazionale del Risorgimento di Torino dedica alcune stanze all’allestimento del Museo della Resistenza. Il progetto è affidato a Leonardo Mosso e al “Centro Studi Alvar Aalto”: le prime tavole sono datate settembre 1974 e il museo fu aperto al pubblico il 25 aprile 1975. Il progetto assume da subito un valore fortemente simbolico. Nella parte introduttiva dedicata alla Resistenza e all’antifascismo, Mosso immagina una soluzione “a due componenti integrati”: una struttura costruttiva formata da due grandi piastre nere e, su questa, una grande “cinetettura” rossa, che prese poi il nome di Nuvola Rossa. Come scrive lo stesso Mosso nell’articolo pubblicato sul numero 55 diNuova Società” (1° maggio 1975), l’installazione è: «Una grande cinetettura” rossa, o struttura cinetica ad elementi rigidi e giunto universale elastico, di metri venti di lato; sospesa nel vuoto della grande aula – quasi un cortile aperto – e librantesi su parte di essa, come una bandiera. In questo ambiente immenso, rispettato e utilizzato con un intervento critico perché semiologicamente estraneo a tutti i livelli – come faceva notare Franco Antonicelli in una preziosa lettura critica di questo progetto – con i contenuti del nuovo museo e con la loro traduzione in forme costruite, la filigrana costruttiva della “cinetettura” – con l’ausilio a terra di quinte bianche di modesta altezza – permetterà di cogliere ancora appieno lo spazio della sala e gli elementi decorativi e pittorici, ma in trasparenza, come un cielo di teatro, senza esserne pesantemente coinvolti; mentre sarà nello stesso tempo sufficiente per evitare al visitatore una dissipazione concettuale e visiva e per introdurlo all’“altro” museo».

Nuvola Rossa fu smontata e rimossa in maniera inadeguata nel 1984 e i frammenti sono oggi conservati presso la Ca’ Bianca. L’attenzione verso il suo significato simbolico e civile riemerge nel 1997 grazie al “Comitato spontaneo per la salvaguardia delle opere d’arte e delle architetture del contemporaneo”, composto da artisti, architetti, intellettuali e politici non solo italiani, a ridosso dell’inaugurazione dei restauri dell’Aula del Parlamento Italiano a Palazzo Carignano – gli stessi spazi occupati in precedenza dalle installazioni museali di Mosso – con il fine di sollecitare il salvataggio, il restauro e la ricomposizione delle installazioni di Mosso nei loro spazi originali.

Nel 1999 il Maestro Correggia, fondatore e animatore dell’Ensemble Antidogma Musica, compone il “Requiem per una Nuvola Rossa”, per quartetto d’archi e pianoforte, eseguito in prima assoluta nel giugno dello stesso anno all’Auditorium di Madrid in occasione del Festival di Musica Contemporanea. Il brano dedicato a Mosso e alla Nuvola Rossa non è da intendersi – dirà Correggia – come una marcia funebre, ma come “il malinconico ricordo di un’utopia andata perduta”.

La donazione degli eredi Laura Castagno Mosso e Stefano Mosso riporta alla luce la Nuvola Rossa, ora collocata nello scalone della Manica Nuova del Palazzo Reale di Torino, un edificio realizzato tra il 1899 e il 1903 dall’architetto romano Emilio Stramucci (1845 – 1926) e ispirato alle residenze principesche del Settecento italiano e ai capolavori juvarriani.

Nel dicembre 2022, prima di arrivare ai Musei Reali, l’opera è stata sottoposta a un intervento di restauro, con una prima fase di rimozione dei depositi di sporco, coerenti e incoerenti, dalla superficie degli elementi in legno e una successiva fase di revisione dei giunti elastici tra i regoli lignei e la riparazione o sostituzione degli elementi rotti o deformati, per ripristinare la corretta funzionalità cinetica della struttura in fase di allestimento. L’intervento ha richiesto l’analisi della configurazione costruttiva delle parti per ricostituire l’unitarietà dei singoli frammenti dell’opera, nel rispetto della loro legge di formazione e per una corretta esposizione. Le sostituzioni di elementi degradati sono state effettuate utilizzando gli stessi materiali impiegati dall’artista: legno di tiglio ed elastici in gomma EPDM.

Maggiori informazioni su: museireali.beniculturali.it/

Mar 16


Ai Musei Reali di Torino la mostra dedicata alla fotoreporter, fotografa e regista statunitense famosa per aver immortalato nei suoi scatti molti personaggi illustri, la città di New York e tanti musicisti classici.

L’esposizione è la più vasta antologica mai organizzata in Italia di una delle maggiori fotorepoter del XX secoloOltre 150 fotografie, la maggior parte delle quali originali, ripercorrono l’intera produzione di Ruth Orkin (Boston 1921 – New York 1985), che seppe raccontare, come pochi altri, oltre quarant’anni della nostra storia, dalle fotografie del viaggio in bicicletta, agli scatti pervasi dall’atmosfera dei film americani degli anni Cinquanta come Vacanze romane, sino ai ritratti di personaggi illustri del mondo hollywoodiano o newyorchese come Robert Capa, Lauren Bacall o Woody Allen.

A dispetto dei pregiudizi di una società` che non le consentiva di realizzarsi come regista, Ruth Orkin si avvicinò alla fotografia con una prospettiva del tutto nuova, sperimentando un linguaggio fotografico innovativo in grado di andare oltre l’immagine fissa per raccontare le storie che si celano dietro ai gesti più` semplici e quotidiani, dove cinema e fotografia confluiscono, fondendosi l’uno nell’altra.

Tutte le info su www.mostraruthorkin.it