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Feb 14


Proseguono le iniziative per il Giorno del ricordo, in memoria del dramma vissuto dalle popolazioni di lingua italiana dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia a causa dei mutamenti geopolitici seguiti alla Seconda Guerra mondiale.  In piĂą di trecentomila bambini, donne, uomini tra il 1946 e i primi anni Cinquanta, abbandonarono la Venezia Giulia (con cittĂ  ricche di storia veneziana come Pola, Parenzo o Rovigno), Fiume, Zara, Spalato e altre localitĂ  della riva orientale dell’Adriatico.

Un  esodo disperato e silenzioso sul quale, così come sugli ingiustificabili eccidi compiuti dai partigiani jugoslavi nel 1945 e sulle violenze fasciste che li avevano preceduti,  si intrecciarono silenzi complici, ipocrisie diplomatiche e strumentalizzazioni politiche. In ottomila si stabilirono a Torino, spesso in condizioni abitative a dir poco precarie, poi in case piĂą decorose ma inadeguate per nuclei familiari di 4 o 5 persone.

Molti trovarono casa al “villaggio Santa Caterina”, in zona Lucento, dove ancor oggi vivono buona parte degli esuli e dei loro discendenti. In corso Cincinnato, all’altezza di via Pirano, si è tenuta questa mattina un’affollata  cerimonia di fronte alla lapide, collocata anni fa a cura della CittĂ  di Torino, che ricorda quella triste pagina della nostra storia. La vicepresidente del Consiglio comunale Viviana Ferrero , presente alla cerimonia con altre autoritĂ  cittadine, ha portato il saluto della CittĂ  di Torino, ricordando, oltre alle loro sofferenze, il contributo offerto dagli esuli giuliani e dalmati alla storia e alla crescita del capoluogo piemontese. Altri interventoi sono stati quelli di Antonio Vatta, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, del presidente della Circoscrizione 5 Marco Novello, e della consigliera regionale Nadia Conticelli.

[Fonte: CittAgorĂ ]

Gen 31


Si è svolta oggi giovedì 31 gennaio 2019, alle 10.30, presso il Salone della Scuola SS. Natale, via Piedicavallo 5, la cerimonia di scoprimento di una targa dedicata a Sebastiano D’Alleo e ad Antonio Pedio, guardie giurate in servizio presso l’agenzia 5 del Banco di Napoli, prese in ostaggio e uccise dalle Brigate Rosse durante una rapina avvenuta nell’ottobre 1982.
A entrambi era stata conferita dal Prefetto di Torino, il 17 dicembre 2018, la Medaglia d’oro alla memoria.
Alla cerimonia sono intervenuti il presidente del Consiglio Comunale, Francesco Sicari, il presidente dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (AIVITER), Roberto Della Rocca, il presidente della Circoscrizione 4, Claudio Cerrato e il fratello di Antonio Pedio, Pino Pedio.

Gen 27


Prendendo la parola questa mattina in Sala Rossa nel corso della cerimonia dedicata alla Giornata della Memoria, la sindaca Chiara Appendino ha ricordato, “(…) tra tutti quelli possibili, tre soggetti (…).

I primi sono, ovviamente, le vittime. Coloro che hanno perso la vita e l’anima nei campi di concentramento, scontando un passaggio della storia che ancora oggi ci chiediamo se e come potesse essere evitabile. Ma tra questi ci sono anche i sopravvissuti. Segnati nella pelle e nei ricordi dalla ferocia nazista. Coloro che con i loro racconti rendono la realtà di fatti che alla mente dei più appaiono inimmaginabili.

I secondi sono invece coloro che a questo incubo si opposero. Che in alcuni casi misero in gioco la loro vita pur di salvarne altre. Penso ai 650mila soldati italiani deportati nei campi tedeschi perché dopo l’8 settembre si rifiutarono di servire Hitler. Penso a tutti i nostri partigiani, simbolo della Liberazione che – pur non potendo in alcun modo mitigare le nefandezze di altri loro connazionali che aderirono all’ideologia fascista – conservarono l’umanità del nostro Paese. E penso a chi, in ogni modo, con i fatti o con le idee, non si piegò al pensiero dominante nazi-fascista.

Infine un ultimo pensiero non va a persone ma a un momento. A quel particolare momento in cui tutto ebbe inizio e nessuno – o quasi – se ne accorse.

Tutti noi dobbiamo chiederci ogni giorno: qual è quel momento? In quale pensiero, in quale gesto, in quale simbolo è iniziato tutto? Qual è il confine tra normale è mostruoso? E come è stato possibile che, a un certo punto, questi due elementi fossero fusi in una cosa sola abitando la quotidianità di milioni di persone in Europa che non ne venivano colpite direttamente?

Hannah Arendt, nella sua opera, La banalità del male, scrive a un certo punto: “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale. Né demoniaco né mostruoso”.

Questa frase, a mio avviso, deve rimanere scolpita nella memoria di tutte e tutti, oggi, come nelle prossime generazioni.

La mostruosità può avere tantissimi volti, oppure non averne affatto.

E, proprio pensando alle prossime generazioni, mi rivolgo a tutti noi e ai piĂą giovani.

Non esistono manuali di istruzioni da consultare per capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Chi nella storia ha provato a scriverli si è accorto che presto o prima si sarebbero rivelati quantomeno incompleti, quando non totalmente inadeguati.

Ognuno di noi deve capirlo, con la propria etica, con le proprie conoscenze e con tutta l’umanità di cui è capace.

Le risposte sono nei valori. E questi vanno coltivati, custoditi e cresciuti come il bene piĂą prezioso che avete.

Quel libro dovremo scriverlo, scambiarlo, leggerlo insieme.

E, così facendo, scrivere la storia del futuro. Perché con i valori e la memoria di ciò che è stato possa non ripetersi mai più l’orrore della Shoah ma solo un orizzonte comune per tutte e tutti gli uomini e le donne”.

[Fonte: TorinoClick]