Giovanni “Nanni“ Salio, operatore di pace. Così recita la targa scoperta questa mattina ai Giardini Cavour per ricordare una delle figure storiche del pacifismo e della nonviolenza torinese. Nato e vissuto nel capoluogo piemontese, laureato in fisica, Nanni Salio ha insegnato nella scuola secondaria superiore ed è stato ricercatore presso la Facoltà di Fisica dell’Università di Torino. Collaboratore delle Edizioni Gruppo Abele, per le quali ha curato la collana di testi dedicati all’educazione alla pace, nel 1982 ha contribuito alla nascita del Centro studi dedicato all’educazione alla pace intitolato a Domenico Sereno Regis, altra importante figura dell’impegno torinese per la giustizia sociale. Consigliere comunale per undici mesi fra il 1985 e il 1986, Salio è stato fra i più autorevoli esponenti della cultura nonviolenta italiana, partecipando attivamente alle lotte per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza al servizio militare.
Alla cerimonia per lo scoprimento della targa, iniziata presso l’auditorium dell’Istituto comprensivo Niccolò Tommaseo, erano presenti il Gonfalone della Città, il consigliere comunale Francesco Tresso in rappresentanza della Città, il presidente della Circoscrizione 1 Massimo Guerrini, la presidente del Centro studi “Sereno Regis” Angela Dogliotti e la dirigente scolastico dell’Istituto “Niccolò Tommaseo” Lorenza Patriarca. Tutti, nei loro interventi, hanno riconosciuto l’alto valore morale e sociale delle azioni di Salio. In particolare, il consigliere Tresso ne ha ricordato gli interventi più significativi durante il periodo in cui ha partecipato ai lavori della Sala Rossa, riguardanti: l’impegno per la pace, la scelta della non violenza, il rispetto dei diritti di tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro provenienza, razza o credo religioso. Temi che avevano portato Nanni Salio a chiedere con forza la cittadinanza onoraria torinese per Nelson Mandela e il vescovo anglicano Desmond Tutu, in prima linea nella lotta contro l’apartheid in Sudafrica.
[Fonte: CittAgorà]
Torino punta sull’integrazione come motore di sviluppo e di crescita sociale ed esprime le sue “Linee guida per il coordinamento alle politiche per l’interculturalità e alla partecipazione”: per ricostruire il senso di comunità cittadina e promuovere il dialogo tra le culture nel quotidiano, creando un ambiente partecipativo che favorisca la ridefinizione di regole, doveri e comportamenti per la vita in comune. Favorire un clima di dialogo e di confronto, gestire i conflitti, dare una casa a tutte le differenze, attuare un tessuto di norme e convenzioni in cui tutti possano riconoscersi, nei doveri come nei diritti: è questo il fine che si pone l’Amministrazione approvando il provvedimento che l’assessore Marco Giusta ha presentato oggi alla stampa insieme all’assessore Alberto Unia, titolare dell’Ambiente ma anche promotore di forme di partecipazione attiva attraverso l’istituzione del Tavolo di progettazione civica. Il provvedimento, un documento di 25 pagine, è stato licenziato oggi dalla Giunta comunale.
Un’occasione che è anche una risposta della Città al tema del razzismo e della ostilità sempre più diffusa verso ciò che è diverso dallo stereotipo che ancora oggi si oppone a una realtà in continua trasformazione verso una società “multi”: lo “stereotipo del buon cittadino in quanto maschio, bianco, eterosessuale, cristiano e così via”, spiega Marco Giusta. Domani, 21 marzo, è universalmente celebrata come “Giornata contro ogni razzismo”, figlio della “paura liquida” dell’incertezza e dell’insicurezza, l’altro lato della medaglia di una maggiore libertà di essere noi stessi, di autodefinirci.
Il documento illustra tre finalità principali: incremento della partecipazione nella gestione della cosa pubblica, eliminazione delle discriminiazioni razziste e creazione di un senso di comunità più forte e inclusivo, che non lasci indietro nessuna e nessuno. Per raggiungerle, occorre agire su tre livelli, attraverso la creazione di strumenti e di programmi d’intervento: l’amministrazione comunale al suo interno, la rete delle associazioni e delle istituzioni locali, la città nel suo insieme in quanto fatta di cittadini.
Il primo passo concreto sarà la costituzione di un “Ufficio di coordinamento alle politiche dell’interculturalità” che agirà per interconnettere le attività di uffici comunali che pur operando in un ambito comune operano in direzioni e sedi diverse. Favorirà dunque la conoscenza reciproca, ma anche una programmazione condivisa, la nascita di progetti comuni, l’aggiornamento e l’informazione dei dipendenti.
Un’azione inclusiva che parte dall’interno dell’Amministrazione, prima che all’esterno: le “linee guida” manifestano l’intenzione di essere motore dell’innovazione politica, ridefinendo le proprie pratiche sia all’interno che all’esterno. Creare connessioni e ponti tra i diversi ambiti della macchina comunale per far sì che le differenze – culturali, di genere, di provenienza geografica o sociale – siano acquisite e che i servizi si adeguino alla realtà sociale e non il contrario: “La saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza”, ha detto l’assessore Giusta citando Gregory Bateson. Vivere insieme nella società ognuno con le sue peculiarità ma con eguali diritti e doveri è il senso di un’azione di rinnovamento interno ed esterno che con questo documento si vuole lanciare.
L’Ufficio sarà dunque costituito, verso l’interno dell’Amministrazione, da una Cabina di regia formata da assessori e dirigenti coinvolti in questa attività e da un Gruppo di lavoro per l’interculturalità, che riunisce tutte le realtà che nella macchina comunale si occupano di confronto culturale (dal centro interculturale agli uffici che gestiscono i rapporti con le comunità straniere, e così via).
Verso l’esterno, l’Ufficio favorirà la creazione, con associazioni ed enti del territorio, di attività concrete di conoscenza, formazione reciproca, diffusione di buone pratiche, per gestire il conflitto sociale e ricondurlo a un confronto democratico e a uno scambio culturale. Costruire spazi fisici di confronto nella Case del Quartiere o nelle biblioteche, nelle ludoteche, abbassando i muri costruiti nella quotidianità e favorire un clima disteso di convivenza.
Per confrontarsi con l’esterno la scelta dell’Amministrazione sarà quella di puntare sullo sviluppo dei coordinamenti: tavoli di ascolto e partecipazione creati sulla base di esigenze concrete del territorio e attraverso protocolli d’intesa con le associazioni. Il loro scopo è individuare criticità e sviluppare soluzioni condivise, oltre a rappresentare un banco di prova per le politiche del Comune, in modo da poter accogliere spunti e suggerimenti nella ridefinizione di servizi e regolamenti. Sono già attivi due coordinamenti: il patto di collaborazione con i Centri di cultura e religione islamica e il protocollo stipulato con le associazioni cinesi e italocinesi. Altri due sono in via di definizione, con le associazioni africane e con la comunità peruviana.
Un’azione di rete con altre realtà che si occupano di dialogo interreligioso, di accoglienza e di dialogo interculturale è svolta dal Tavolo giovani e spiritualità, che riunisce rappresentanti di associazioni di studenti e studentesse con l’obiettivo di promuovere il dialogo interreligioso, ma anche di migliorare l’accoglienza di studenti stranieri che hanno scelto Torino e la loro formazione. L’Ufficio, in quest’ottica, promuoverà la creazione di un Coordinamento cittadino per la progettazione interculturale con tutti coloro che in città si occupano di dialogo e di accoglienza.
Un altro capitolo è rappresentato dalla visibilità, dagli eventi pubblici. A tal scopo viene istituito il Festival diffuso delle culture, delle lingue e delle religioni. Si tratta di raccogliere in un programma annuale iniziative svolte dalle comunità cittadine in occasione di feste o di ricorrenze particolari (esempio, il Capodanno cinese o l’evento “Moschee aperte”) per condividerle con il resto della città. Tali occasioni avranno l’apporto dell’Amministrazione e potranno contare sulla collaborazione di altre associazioni e di volontari. Le comunità promotrici si presenteranno unite nella definizione di ogni singola manifestazione; inoltre, ogni evento sarà idealmente una porta aperta sulla città, un’opportunità di uscire da una condizione di marginalità per esprimere la propria identità sociale.
Infine, un capitolo importante sarà rappresentato dalla formazione e dall’informazione: vademecum, guide, iniziative di formazione su progettazione e gestione associativa, supporti nella comunicazione sui canali informativi del Comune: il fine è dare visibilità al protagonismo delle comunità locali, per trovare un senso di quotidianità in ciò che oggi viene recepito come estraneità. Trasformando la percezione della diversità da incognita a ricchezza.
Quali possono essere le leve per un cambio di rotta, per costruire una base comune dove le diversità siano accettate e acquisite in una accezione di normalità? “Occorre produrre occasioni di visibilità e di quotidianità: far incontrare le persone, farle dialogare. Farle vivere delle esperienze comuni. Inoltre, occorre unire i ‘deboli’, le ‘minoranze’ per acquistare insieme spazi di visibilità: aprire ponti tra comunità e unirle su percorsi trasversali, su altre definizioni e identità, come quelli del genere o del ruolo sociale”, spiega Giusta. Partendo da una base di diritti comuni e fondamentali che forse ancora stentano ad essere garantiti nel nostro Paese, non soltanto nella nostra città.
[Fonte: Torinoclick]
Oggi alle ore 12 Palazzo civico si è fermato. I dipendenti si sono raccolti, in silenzio, in piazza Palazzo di Città per ricordare le vittime dell’attentato al Museo del Bardo di Tunisi, in occasione del terzo anniversario. Erano presenti, vicino ai familiari delle vittime, la sindaca Chiara Appendino e il presidente del Consiglio comunale Fabio Versaci.
Mentre la tromba suonava il silenzio d’ordinanza, il pensiero dei presenti è andato ad Antonella Sesino, dipendente di Palazzo civico, e a Orazio Conte, marito della collega Carolina Bottari che era presente a fianco della sindaca, rimasta a sua volta ferita nel grave attentato che fece 22 vittime tra cui quattro italiani. I nomi di Antonella e Orazio sono tra questi. Ancora oggi, a tre anni di distanza, ripensare a questa tragedia provoca emozione e dolore nelle stanze del palazzo comunale.



