preload
Ott 15


Con la PRIMA RISONANZA prende forma, dal 15 ottobre 2024, l’avvio del grande progetto di rilancio e riqualificazione della nuova GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, con la direzione di Chiara Bertola.

La nuova stagione espositiva prende il via con il parziale rinnovamento degli spazi espositivi e di accoglienza al pubblico: è stato completato il Lotto Zero, l’anticipazione del più complessivo e ambizioso progetto di totale riqualificazione della GAM e dell’edificio che la ospita, che intende rilanciare il museo proiettandolo verso il futuro e a offrire un’esperienza di visita ancora più inclusiva e innovativa.

Il completamento di questa prima fase anticipatoria dei lavori di rigenerazione del museo ha permesso la riapertura, dopo sei anni, del secondo piano dell’edificio, valorizzandone la struttura originaria con gli ambienti pervasi dalla luce naturale e la ristrutturazione del foyer e dei laboratori del Dipartimento Educazione, che sono stati trasformati per ampliarne gli spazi, restituire l’apertura verso il giardino e per favorire l’accesso e la sosta dei visitatori.

Il Lotto zero è stato progettato insieme allo studio PAT. Architetti Associati ed è stato realizzato grazie al fondamentale sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo e con il supporto di Secap SpA, l’impresa di costruzioni che ha eseguito i lavori.

La GAM presenta anche una nuova identità visiva, realizzata da Studio Fludd.

Il nuovo allestimento delle collezioni, curato da Chiara Bertola, Elena Volpato e Fabio Cafagna, è pensato in dialogo con le tre grandi mostre dedicate ad altrettante artiste di primo piano nel panorama internazionale – Berthe Morisot, a cura di Maria Teresa Benedetti e Giulia Perin (dal 15 ottobre), Mary Heilmann, a cura di Chiara Bertola (dal 30 ottobre) e Maria Morganti, a cura di Elena Volpato (dal 30 ottobre) – generando così una polifonia i cui temi portanti sono la luce, il colore, il tempo. Fuori da un preciso perimetro cronologico, le opere risuonano le une accanto alle altre, consentendo l’affioramento di affinità e tensioni spesso inaspettate.

Al secondo piano il pubblico potrà scoprire inoltre il Deposito vivente, un display che, emulando un deposito museale, consente di fruire di un ambiente densamente abitato dalle opere e in continua trasformazione.

Ad aprire altre possibilità di interpretazione è anche l’“intrusoâ€, l’artista Stefano Arienti, chiamato ad intromettersi all’interno delle collezioni e della mostra dedicata a Berthe Morisot. Il suo intervento consiste soprattutto nell’integrazione di opere e oggetti negli ambienti della mostra, per rievocare l’atmosfera domestica dei soggetti proposti dagli impressionisti. In questo modo l’intrusione di Arienti crea degli inciampi, interrompendo la narrazione precostituita e destando l’attenzione del visitatore.

LE COLLEZIONI

PRIMO E SECONDO PIANO

a cura di Chiara Bertola, Elena Volpato, Fabio Cafagna

La GAM rinnova l’allestimento delle sue collezioni, arricchite nel tempo anche grazie alla Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris e alla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, con un percorso espositivo che si articola attraverso il primo e il secondo piano dell’edificio.

Il nuovo allestimento, ideato in sintonia con le mostre della programmazione autunnale, si articola in quindici sale.

Il percorso di visita parte dal secondo piano. Il visitatore, immediatamente, è invitato a entrare nel Deposito vivente. Il progetto di questo primo spazio ha previsto il denudamento di alcune pareti -attraverso la tecnica dello stripping – per mostrare gli originari muri inclinati dell’edificio concepito da Carlo Bassi e Goffredo Boschetti nel 1959. Riemerge così lo scheletro originale della Galleria e quella sua peculiare qualità architettonica, brutalista, per anni rimasta celata. Nel Deposito vivente trovano spazio, collocati su scaffali, griglie e talvolta nelle loro casse d’imballaggio, dipinti, disegni e sculture che, in più di un caso, non si mostravano al pubblico ormai da tempo.

A seguire una sala di riposo, inondata dalla luce naturale come nel progetto originario del 1959, accoglie arredi, sculture e dipinti della prima metà del Novecento. Questo ambiente, immaginato come un momento di decantazione, è la premessa a un ordinamento giocato sulle relazioni, risonanze e attrazioni tra opere e nuclei tematici di cronologie anche molto distanti.

Ogni sala è il capitolo di un racconto, con la propria narrazione e i propri personaggi. Ad accumunare le storie sono i motivi tratti dalla poetica e dalla pratica delle tre artiste che con le loro mostre, animano gli spazi della GAM: Berthe Morisot e la sua pittura ariosa, intrisa di luce; Mary Heilmann e il suo approccio non ortodosso alla forma e al colore, Maria Morganti e la sua metodica e lenta ricerca sul tono cromatico. Sala dopo sala, le opere sono allestiste a risuonare le une accanto alle altre. Un ambiente, con opere di Gastone Novelli, Achille Perilli, Alberto Burri, Cy Twombly e Franco Vaccari, è dedicato a quelle sperimentazioni segniche degli anni Cinquanta in cui i muri si trasformano in palinsesti di vita vissuta.

Nella sala successiva i muri delle città lasciano il posto al paesaggio antropizzato delle campagne. La monumentale Semina di Pedro Cabrita Reis è posta in dialogo con una selezione fotografica di malinconici campi arati di Mario Giacomelli, mentre la mitologia del viaggio costituisce il tema portante della sala seguente in cui si confrontano opere di Massimo d’Azeglio, Otto Dix, Osvaldo Licini e Luigi Ontani.

I trapassi cromatici, atmosferici e stagionali aggregano le opere di Luciano Fabro, Mario Reviglione, Medardo Rosso, Leoncillo e Leonardo Bistolfi. Queste ultime allestite nel passaggio tra le due maniche del secondo piano, in cui la luce naturale per anni schermata da muri in cartongesso è ora libera di entrare. Nei due ambienti successivi, più intimi e raccolti, sono alcune nuove acquisizioni a confrontarsi con opere più conosciute delle collezioni museali. Le pennellate spontanee di Bill Lynch si specchiano nelle nature morte di Filippo De Pisis; i vapori pittorici di Michele Tocca nelle fotografie di Luigi Ghirri e nei dipinti di Antonio Fontanesi.

Il secondo piano si conclude con una vivace e chiassosa vibrazione cromatica, che vede fronteggiarsi la grande tela di Nicola De Maria Regno dei fiori musicali. Universo senza bombe con le opere di Carla Accardi, Lucio Fontana e Giuseppe Capogrossi.

Le risonanze continuano al primo piano, dove la presenza di un artista contemporaneo, con la sua peculiare sensibilità, consente di rileggere opere note, creando imprevedibili assonanze o contrasti visivi. Lorenza Boisi e Stefano Arienti dialogano con Lorenzo Delleani, Enrico Reycend e Mario Gabinio; Maria Morganti con la pittura veneta di Giacomo Favretto, Guglielmo Ciardi e Tancredi Parmeggiani. La violenza cromatica di Pesce Khete si confronta con il segno corsivo di Karel Appel e il vigore espressivo di Pinot Gallizio. Mentre Luca Bertolo condivide il suo spazio con Andy Warhol, Franco Angeli, Pino Pascali e Mario Schifano.

Non mancano ambienti scaturiti dal raffronto tematico: la ritmicità cromatica di Piero Dorazio a confronto con quella atmosferica di Antonio Fontanesi; la musicalità di Giuseppe Pellizza da Volpedo e Vittore Grubicy De Dragon con le geometrie e la serialità di Giacomo Balla, Sergio Lombardo e Robin Rhode. Infine, la città rutilante di Francesco Jodice e quella patinata di Franco Fontana si animano alla presenza delle opere di Salvatore Scarpitta, Giosetta Fioroni, Michelangelo Pistoletto, Titina Maselli, Jessica Stockholder e Jannis Kounellis.

IL DEPOSITO VIVENTE

SECONDO PIANO
a cura di Chiara Bertola e Fabio Cafagna, con l’intervento di Stefano Arienti

Il Deposito Vivente crea un contatto inedito tra il pubblico e la collezione del museo, rivelando parte del vasto patrimonio artistico. Questo spazio non è solo un luogo di conservazione, ma un ambiente dinamico dove l’arte è presentata secondo mutevoli punti di vista e al di fuori dei percorsi espositivi tradizionali. Accostando in modo inedito alcuni capolavori della collezione a sculture e dipinti meno noti, e per alcuni aspetti sorprendenti, le opere acquisiscono nuova vitalità, stimolando interazioni e riflessioni critiche che sfidano le gerarchie convenzionali.

Il Deposito Vivente permette ai visitatori di scoprire la dimensione nascosta della GAM, rivelando come ogni museo sia un organismo vivo, in costante trasformazione. Le opere sono visibili dal pubblico attraverso uno sguardo dal di dentro, da dietro le quinte, così come sono abituati a vederle gli addetti ai lavori: appese alle rastrelliere, allineate sugli scaffali, custodite in casse, tutte cariche di un’energia potenziale che le scelte curatoriali devono portare alla luce e far parlare.

Il contrappunto tra il display delle sale, la studiata mise en scene di mostra, e il giacimento grezzo delle opere, tipico invece degli spazi di deposito, sarà un ulteriore modo di far conoscere ai visitatori la macchina museale e gli innumerevoli modi in cui la GAM disvela il senso di ciò che custodisce.

L’INTRUSO

STEFANO ARIENTI

Da un’idea di Chiara Bertola 

L’Intruso è un artista o un curatore invitato in ogni Risonanza a dialogare con le mostre e con le collezioni della GAM. La sua “intrusione†sarà decisiva in ogni riallestimento delle collezioni e in quel rimettere in moto traiettorie interpretative o tranquillizzanti percorsi cronologici. Intrusione per elaborare una propria visione a contrappunto e, insieme, a sostegno dell’organismo espositivo museale. Quando si parla di intrusione si fa riferimento a una pratica in qualche misura disturbante, nella quale qualcosa o qualcuno viene inserito o si inserisce con prepotenza all’interno di un’unità dotata di equilibrio proprio. Questa figura è destinata a creare degli inciampi al percorso rassicurante del Museo. Sorprendere con display imprevisti e offrire visioni inattese all’interno del palinsesto della programmazione e dell’allestimento delle collezioni del Museo.

L’intruso sarà quindi invitato a ogni stagione espositiva per scompaginare e ricomporre con ordini visivi imprevisti, per riaprire e rimettere in moto tutte le relazioni spazio temporali all’interno del mondo “congelato†del Museo. Rivedere allora il concetto di conservazione e portarlo fino a coincidere con il suo contrario, il più lontano possibile dall’idea di chiusura, di immobilità restando comunque all’interno del museo.

Corredano il progetto i Quaderni dell’Intruso, generosamente offerti e pubblicati dalla casa editrice Umberto Allemandi.

Stefano Arienti è il secondo Intruso, dopo il curatore Fabio Cafagna nella mostra di Italo Cremona, chiamato a intervenire negli spazi delle collezioni permanenti e della mostra dedicata a Berthe Morisot.

Per la prima Risonanza l’artista ha offerto il suo particolare punto di vista nell’allestimento del Deposito Vivente intervenendo insieme ai curatori nella selezione delle opere e sulla composizione del display espositivo, e nella sala di riposo del secondo piano con l’opera del grande tappeto, un esempio di manipolazione di un’immagine caratteristica del suo fare: una fotografia dell’immagine di una superficie d’acqua stampata su moquette, creando una sorta di trompe l’oeil contemporaneo.

Infine è possibile scoprire alcuni suoi interventi sui tre piani del museo, negli ambienti di passaggio che portano agli spazi espositivi, il disegno su telo antipolvere di una grande montagna dorata al piano -1, un grandissimo pioppo che sembra nascere dai pavimenti arabescati di marmo al primo piano e due meridiane nelle due entrate del Deposito Vivente al secondo piano.

L’intervento di Stefano Arienti si integra infine negli ambienti della mostra di Berthe Morisot per evocare l’atmosfera domestica dei soggetti proposti dagli impressionisti. Arienti riveste le pareti con carte da parati e nastri d’organza a righe o fiori, tipici dell’epoca, e introduce dettagli d’arredo come un pianoforte, un attaccapanni e una bacheca con la frutta di Francesco Garnier Valletti proveniente dal Museo della Frutta di Torino. I suoi “quadri di pongo†amplificano il tocco sfuggente, frastagliato e imprendibile di Morisot, aggiungendo una dimensione tattile inaspettata alla pittura impressionista. Un altro tappeto trompe-l’œil di un grande prato soleggiato nella stanza del giardino d’inverno, infine, illumina l’ambiente, ricreando lo spazio ideale della pittura en plein air.

L’artista invita a riflettere sui temi della natura, della storia dell’arte, dei valori luminosi e della riconversione auratica di immagini paesaggistiche comuni e quotidiane. Partendo da oggetti ordinari, Arienti li trasforma e li riconverte, rinnovando così la riflessione sul loro valore pittorico.

Arienti si considera più pittore che scultore: lavora con le immagini e definisce il proprio approccio come “pittoricoâ€, pur senza dipingere nel senso tradizionale del termine. Tuttavia, il suo lavoro si concentra fortemente sui valori tattili della pittura. Interviene spesso su figure dipinte o fotografate, “implementandole†o “aumentandole†con materiali come plastilina, pongo e puzzle. Aggiungendo materia all’immagine, Arienti la trasforma, rendendola più tangibile, vibrante e viva.

Maggiori informazioni nelle pagine della GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino

Berthe Morisot Pittrice impressionista e display di Stefano Arienti alla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino

Ott 15


Nell’anno internazionalmente dedicato all’Impressionismo, dal 16 ottobre 2024 al 9 marzo 2025, la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino presenta la mostra “Berthe Morisot. Pittrice impressionistaâ€, che celebra la storia e il percorso artistico dell’unica donna tra i fondatori del movimento impressionista.

L’esposizione è organizzata e promossa da Fondazione Torino Musei, GAM Torino e 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, a cura di Maria Teresa Benedetti e Giulia Perin, con il sostegno eccezionale del Musée Marmottan Monet di Parigi, istituzione che vanta la più grande raccolta di opere di Berthe Morisot da cui provengono importanti dipinti, e realizzata grazie allo sponsor BPER Banca.

La mostra illustra il legame di Morisot con la poetica del movimento e fa emergere il suo personalissimo timbro nel cogliere la labilità dell’attimo, a simbolo della fragilità dell’esistenza, capace di rappresentare con grazia gli elementi della natura e della realtà.

L’allestimento della mostra accoglie anche un display, realizzato da Stefano Arienti, artista italiano tra i più riconosciuti, che si inserisce all’interno di un progetto concepito da Chiara Bertola, Direttrice della GAM – Galleria Civica di Arte Moderna e Contemporanea, intitolato l’Intruso. In dialogo con le opere di Morisot, il contributo di Arienti si sviluppa lungo tutto il percorso espositivo, utilizzando una varietà di elementi per immaginare un contesto e un’ambientazione inedita delle opere dell’artista che arricchisce l’esperienza dei visitatori.

Grande interprete della Nouvelle Peinture, Berthe Morisot ha avuto un ruolo importante nella storia del movimento partecipando a sette delle otto mostre impressioniste che si sono tenute dal 1874 al 1886 (unica assenza nel 1879 per la nascita della figlia Julie).

Dopo un periodo di formazione a Parigi, nel 1868 Morisot conosce Édouard Manet, il più importante artista del suo tempo, con il quale instaura una profonda amicizia e relazione professionale. I due artisti si influenzano a vicenda nello stile e Manet la sceglie anche come musa per alcuni dei suoi dipinti.

Qualche anno dopo, nel 1874, Berthe sposa Eugène Manet, fratello di Édouard, entrando di diritto nella famiglia. Indipendentemente dalla presenza di Manet, Morisot continua a vivere intensamente la propria vicenda creativa, legandosi in modo diretto al gruppo.

Attraverso una selezione di circa 50 opere, tra celebri dipinti, disegni e incisioni, provenienti da prestigiose istituzioni pubbliche – tra cui, oltre al Musée Marmottan Monet di Parigi, il Musée d’Orsay di Parigi, il Musée des Beaux-Arts di Pau, il Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid, il Musée d’Ixelles di Bruxelles, l’Institut National d’Histoire de l’Art (INHA) di Parigi – e importanti collezioni private, la mostra ripercorre la vita e la carriera di Berthe Morisot, dai suoi esordi connessi al sodalizio artistico e umano con Édouard Manet, fino alla piena adesione alla poetica impressionista.

Il percorso espositivo si sviluppa in quattro sezioni tematiche dedicate ai principali soggetti protagonisti della produzione di Morisot – sfera familiare, ritratti femminili colti in situazioni di intimità o nel brillio della vita sociale, luoghi all’aperto con un focus su paesaggi e giardini e figure nel verde – e racconta il suo stile leggero, talvolta sorprendentemente ellittico e moderno. La luce, protagonista indiscussa della produzione di Berthe Morisot, avvolge e irradia attraverso pennellate brillanti la superficie delle opere, raggiungendo la massima espressione nelle scene en plein air, sempre caratterizzate da atmosfere vibranti e cromaticamente intense. A queste sezioni, si affianca inoltre una sala dedicata ad un’importante raccolta di opere su carta di Berthe Morisot provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi, fondamentali come i dipinti per ripercorrere le tappe del suo percorso creativo.

La mostra offre ai visitatori la possibilità di ammirare alcuni tra i più grandi capolavori dell’artista, riuniti tutti insieme nelle sale della GAM di Torino, che il visitatore troverà riallestita e rinnovata in tutti gli spazi espositivi.

Opere significative e distintive dello stile di Morisot come, ad esempio, importanti dipinti provenienti dal Musée Marmottan Monet, tra i quali: Eugène Manet all’isola di Wight (1875) realizzato dalla pittrice durante il viaggio di nozze in Inghilterra, Eugène Manet e sua figlia nel giardino di Bougival (1884) che illustra perfettamente la forza dei legami familiari nella vita e nella produzione dell’artista, Donna con ventaglio o Al ballo (1875) che ritrae una figura femminile colta nell’eleganza di un evento sociale e Il Ciliegio (1891), tra i dipinti ad olio di dimensioni più imponenti realizzati da Morisot.

La mostra vanta inoltre Pasie che cuce nel giardino (1881-82), una tela di grandi dimensioni e dai colori brillanti concessa dal Musée des Beaux-Arts di Pau che ritrae la giovane bambinaia della figlia Julie, insieme al celebre dipinto Su una panchina al bois de Boulogne (1894) proveniente dal Musée d’Orsay di Parigi, e, ancora, l’olio Pastorella nuda sdraiata  (1891) del Thyssen-Bornemisza di Madrid e la luminosa tela La bambina con la bambola o l’interno del cottage (1886) proveniente dal Musée d’Ixelles di Bruxelles.

L’esposizione è anche un’importante occasione per scoprire straordinarie opere dell’artista meno conosciute provenienti da collezioni private come La ciotola del latte (1890), esposto per la prima volta in Italia e venduto in un’asta Sotheby’s a maggio 2022 per più di un milione di euro, a dimostrazione della costante valorizzazione che l’opera della pittrice acquista nel tempo. Il primo proprietario di questo dipinto è stato il grande Monet, amico e collega di Berthe Morisot.

Ad arricchire il percorso espositivo è l’intervento di Stefano Arienti ideato e realizzato in stretta collaborazione con le curatrici della mostra con l’intento di offrire ai visitatori un’esperienza coinvolgente per poter apprezzare maggiormente le opere di Morisot in un contesto che ne esalta la bellezza e l’ambiente storico. All’interno delle sezioni della mostra, Arienti utilizza materiali differenti come ritratti di Morisot rivisitati, elementi olfattivi, nastri di stoffa in raso e organza, carte da parati, oggetti dell’epoca, per fare da sfondo ai meravigliosi e ariosi dipinti dell’artista impressionista. Questo approccio riflette appieno la poetica di Arienti, che spesso si serve di immagini ed elementi molto riconoscibili per manipolarli e rielaborarli in modi nuovi e significativi.

La mostra “Berthe Morisot. Pittrice impressionista†racconta in modo esaustivo la vita e l’attività di una grande artista che in uno dei suoi diari lascia la perfetta descrizione della sua essenza: “La mia vita si limita a voler fissare qualcosa di quello che accade, e bene, quell’ambizione è ancora smisurata! …un atteggiamento di Julie, un sorriso, un fiore, un frutto, un ramo d’albero, una sola di queste cose mi bastaâ€

L’esposizione è accompagnata dal catalogo “Berthe Morisot. Pittrice impressionista†edito da 24 ORE Cultura, che oltre ai saggi delle curatrici, vanta i contributi di Sylvie Patry, massima esperta internazionale dell’artista e di Sylvie Carlier, Direttrice delle Collezioni del Musée Marmottan Monet di Parigi. Il volume è disponibile presso il bookshop della mostra,nelle librerie e online.

Per approfondire la figura di Berthe Morisot e altri aspetti del suo percorso artistico, a Palazzo Ducale di Genova la mostra “Impression, Morisot†dall’11 ottobre 2024 al 23 febbraio 2025, a cura di Marianne Mathieu. Ingresso ridotto su presentazione del biglietto dell’esposizione torinese.

Maggiori informazioni nelle pagine della GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino

 

Ott 15


Dal 16 ottobre 2024, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino inaugura il programma espositivo autunnale con le mostre dedicate a due grandi maestri della fotografia italiana e internazionale: Tina Modotti e Mimmo Jodice.

Dopo la monografica sulla fotografa americana Margaret Bourke-White e la mostra Bar Stories on Camera, realizzata in collaborazione con Galleria Campari e Magnum Photos, la mostra Tina Modotti. L’opera a cura di Riccardo Costantini si snoda intorno alla straordinaria – più ricca di quanto finora creduto – produzione fotografica di Assunta Adelaide Luigia Saltarini Modotti, detta Tina (per la madre Tinissima).

Promossa da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e realizzata in collaborazione con Cinemazero, la mostra racconta una delle figure più rilevanti della fotografia del XX secolo, nata a Udine nel 1896 e migrata con la famiglia prima in Austria e poi in America. Approdata a Hollywood

poco più che ventenne, Modotti recita in alcuni film muti e si appassiona di fotografia, grazie anche all’incontro con il fotografo Edward Weston.

Tessere relazioni è un aspetto ricorrente della vita della fotografa, che tra Messico e Stati Uniti incontra Diego Rivera, Frida Kahlo, Dorothea Lange e Roubaix de l’Abrie Richey (Robo), pittore e poeta e suo futuro marito: la sua scomparsa e quella del padre nel 1922 segnano fortemente la sua carriera. Partirà per il Messico con Weston per approfondire la conoscenza della fotografia. In questo paese Modotti affina tecnica e stile, realizzando “fotografie onesteâ€, libere da virtuosismi, prediligendo l’immediatezza senza rinunciare alla sperimentazione.

Nel corso della sua carriera, Modotti abbandona lo studio delle nature morte focalizzandosi sempre più sull’essere umano, creando una forma inedita di documentazione sociale-antropologica accompagnata da forti rimandi politici, come gli scatti dedicati alla fiera bellezza delle donne di Tehuantepec (Messico) del 1929, carichi di un intenso messaggio sociale.

L’impegno civile evocato dalle sue fotografie si riflette anche nelle idee politiche di Modotti – naturalmente propensa alle cause dei più deboli e mossa da un’impellente necessità di azione – che non a caso nel 1927 aderisce al partito comunista messicano.

Attrice, modella, attivista, autrice di saggi, pittrice e fotografa, la vita di Tina Modotti è scandita da continui cambiamenti fino alla morte nel 1942 in Messico, luogo al quale la sua vita e la sua produzione sono indissolubilmente legate. È difficile scindere l’arte della fotografa dalla sua vita a cavallo tra due guerre, in otto paesi, parlando cinque lingue differenti, e proprio per questo la mostra di Torino si concentra sull’intensità della sua produzione, cercando di lasciare da parte la biografia.

Le 300 fotografie esposte a Torino, provenienti da ricerche e prestiti da ben 32 archivi da tutto il mondo (da Honolulu a San Francisco, da Città del Messico a Mosca, da Udine a Canberra), raccontano la poliedricità, le peculiarità artistiche, l’indole curiosa, partecipe e libera di Modotti, che nel corso di una breve ma intensa carriera è riuscita a catturare in ritratti di vita quotidiana l’intensità e i contrasti dei mondi che ha attraversato, raccontando l’ingiustizia, il lavoro, l’attivismo politico, la povertà, le contraddizioni del progresso e del passaggio alla modernità.

La mostra Tina Modotti. L’opera – accompagnata da un ricco catalogo edito da Dario Cimorelli Editore – è un’esposizione importante anche dal punto di vista documentale, perché raccoglie materiali inediti, video, riviste, documenti, ritagli di quotidiani, ritratti dell’artista e fotografie che riscostruiscono anche la prima e unica esposizione che Tina Modotti realizzò nel 1929, importante testimonianza dell’arte della fotografa.

La mostra, inoltre, include un percorso di opere visivo-tattili accompagnate da audiodescrizioni che approfondiscono lo stile e la storia. La selezione comprende sia alcune delle immagini più note sia alcuni scatti meno conosciuti del lavoro dell’autrice.

Nelle stesse settimane, fino al 2 febbraio 2025, la Project Room di CAMERA ospita Mimmo Jodice. Oasi, esposizione realizzata in collaborazione con la Fondazione Zegna.

Mimmo Jodice (Napoli, 1934), attivo sin dagli anni Sessanta, è uno dei protagonisti assoluti della fotografia italiana e internazionale a cavallo tra XX e XXI secolo. Dalle sperimentazioni degli esordi alla fotografia di impronta sociale degli anni Settanta, fino all’attenzione nei confronti del paesaggio, la sua arte si è evoluta con straordinaria coerenza e profondità di pensiero e visione.

Curata da Walter Guadagnini con la collaborazione di Barbara Bergaglio, questa mostra unica – accompagnata da un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore – presenta per la prima volta 40 immagini appartenenti alla più ampia serie realizzata dal fotografo napoletano tra il 2007 e il 2008 per una committenza ricevuta da Fondazione Zegna: uno straordinario corpus all’interno del quale è possibile ritrovare tutta la poetica di Jodice, la sua capacità di trasformare la realtà naturale o artificiale in una visione metafisica, sospesa nel tempo e nello spazio. Jodice ha fotografato tre luoghi chiave di quest’area: lo stabilimento del Lanificio Ermenegildo Zegna, la villa del fondatore dell’impresa e la grande Oasi naturalistica. I grandi e modernissimi macchinari industriali si alternano dunque agli arredi classici della villa, le montagne ai tetti degli edifici, in un gioco continuo di tempi, spazi e forme. In particolare, meritano di essere segnalate le fotografie dove appare la neve, una rarità nella produzione di Jodice, riconosciuta soprattutto per le visioni mediterranee. Il percorso espositivo prosegue a Trivero (Biella), dove negli spazi del Lanificio Ermenegildo Zegna e di Casa Zegna sarà esposta una selezione di quattro stampe di grandi dimensioni della stessa serie. Nel catalogo una testimonianza di Anna Zegna, presidente di Fondazione Zegna, un saggio del curatore Walter Guadagnini e un testo di Ilaria Bonacossa accompagnano la riproduzione di tutte le opere esposte.

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia
via delle Rosine 18, Torino
www.camera.to